FATHERSNAKE ON THE ROAD

Blog di corsa, ma non solo, di un runner per metà rocker e per metà podista.

lunedì 16 settembre 2013

Un trail transalpino (Trail des Alpes Maritimes 2013).

Da qualche tempo intendevo partecipare a un trail in terra transalpina, con criteri preferenziali la relativa vicinanza, la lunghezza non eccessiva e naturalmente, lo svolgersi in un weekend di turni lavorativi favorevoli. 
Requisiti che il trail delle Alpi Marittime, di ieri con partenza e arrivo a Sospel, nel suo percorso di 25 chilometri, soddisfaceva in toto. 
Il sabato prima prima dell'evento, con Lia e mia madre sono a Briga Marittima (La Brigue), in uno spartano albergo scelto come base per l'operazione. La camera, una tripla, è talmente spartana da sembrare quasi una cella monastica. Niente televisore, bagno in comune, sistemato in una nicchia nel corridoio esterno chiuso (si fa per dire) da una semplice porta a soffietto non bloccabile dall'interno. E' talmente piccolo che quando ci si siede sul water le ginocchia toccano il muro di fronte.
A parte questo, l'albergo è pulito e sopportiamo di buon grado queste scomodità, visto anche il costo competitivo della camera. 
A Briga Marittima non c'è molto da vedere, così, decidiamo per una gita nella vicina e più vivace Tende.
Vista così, Tende appare ben poco vivace.

Approssimatasi l'ora di cena, siamo in cerca di una pizzeria. 
La pizza il sabato sera prima di una gara è un must cui non voglio rinunciare. Un'ora dopo sistemiamo le gambe sotto un tavolo di un ristorante a Fontan, dove ci servono quelle che paiono una specie d’incrocio tra una piadina e una fonduta. La pizza francese non è altro che un surrogato di quella italiana. Niente mozzarella ma un abbondante strato di formaggio su cui galleggiano spaurite alcune striminzite olive e qualche traccia di prosciutto: è la pizza Reina. Io però ho fame e in fondo non è neppure male.
Dopo la cena non rimane molto da fare, così torniamo alla base e lasciamo che il tempo trascorra tra una chiacchiera e l'altra. Alcuni avventori, seduti in un dehor all'esterno dell'albergo su cui si affaccia la finestra della camera, ridono e fanno caciara. Ho un brutto presentimento. La ciaciara andrà infatti avanti, udibile pur munitomi di tappi per le orecchie, fino alle ventiquattro, dopo cui gli allegri compari se ne andranno restituendo al paese il silenzio quasi assoluto che gli è proprio.
Silenzio che dura tre ore, dopodiché la stanza accanto alla nostra è rumorosamente occupata da una coppia che non si dà per niente pena di rispettare il sonno altrui, neanche fossero le quattro di pomeriggio. La Brigue non è Ibiza e la sua vita notturna è in sostanza inesistente, mancando di locali. Come si fa a rientrare alle tre di notte? Da quel momento in poi il sonno se ne va e tornerà solo per brevi sprazzi.
La mattina successiva a quella notte travagliata ci regala un inaspettato e bellissimo arcobaleno. E dire che le previsioni dicevano pioggia!
Cinque minuti, non di più, e il cielo è completamente grigio e già scende qualche goccia. Era uno scherzo, evidentemente.
Facciamo colazione in camera, muniti preventivamente di bollitore, tazze, fette biscottate, miele e marmellata portati da casa. La tariffa della camera non comprende infatti la colazione; in caso contrario, non sarebbe più stata vantaggiosa, anzi.
La gara è appena iniziata
                                                         ....
Dopo poco siamo diretti a Sospel, ove in mezz'ora raggiungeremo il padiglione sede di partenza.
E' la mia prima volta con camel bag. Il regolamento della gara obbligava la dotazione di 1 litro e mezzo di acqua, coperta termica, fischietto e telefono cellulare con batteria completamente carica.
Ligio ai dettami della gara mi sono dotato di tutte queste cose, ma lo sciacquio dell'acqua contenuta nel sacco dietro la schiena, nel momento in cui accenno qualche corsetta di prova, mi fa sentire come se avanzassi con un materasso ad acqua appiccicato alla schiena.
Dopo un briefing ovviamente in francese di cui, altrettanto ovviamente, non comprendo una parola, si parte.
La pioggia sì è fermata e per qualche istante un timido sole illumina il variopinto serpentone, che si accinge ad affrontare la salita. Sei chilometri d’ininterrotta ascesa, che da 360 metri sul livello del mare di Sospel ci porteranno a 1100, dopodiché una serie di su e giù per arrivare alla "Cima Coppi" del tracciato (1200 mt).
Non posso essere considerato uno scalatore puro, tuttavia reggo bene durante quel tratto, scostandomi per lasciar passare i più dotati, che non mancano di ringraziare con un merci, e lasciandone altri alle spalle. I miei punti di riferimento visivi, quello con i bastoncini, quello con i capelli lunghi etc etc mi dicono che la mia posizione rimane pressoché costante. Seguiamo uno stretto sentiero che si fa largo tra un mix di piante alpine e mediterranee e che si fa ora roccioso, ora più verde.
Al culmine della salita sono in ancora in possesso di una buona dose di energia ed ora mi aspetta una discesa continua di cinque chilometri. La pioggia, che nel frattempo si è rifatta viva, pur senza insistere, ha reso il tracciato ancora più tecnico di quanto non fosse naturalmente. Le numerose rocce che costellano il sentiero in declivio si sono fatte viscide, infide. 
Pur senza forzare, lasciandomi semplicemente cadere, recupero parecchie posizioni. In certi tratti il sentiero non è più sentiero ma solo una distesa di pietre semoventi e lucide di pioggia. 
Accidenti quanto siamo saliti penso. Approfittando di una vasta apertura nella vegetazione, il panorama alla mia destra si rivela, grandioso: scorgo nuvole sotto di me e ancora più sotto un vasto panorama di colline verdi. Distrarsi può essere però fatale e il mio è solo un fuggevole occhieggiare, piuttosto che contemplazione.
Galvanizzato dai miei continui sorpassi, intuendo di essere in discreta posizione, comincio a far calcoli sulla possibilità di mantenere il vantaggio accumulato. 
Pur amando la discesa, alla fine non ne posso più di tutto quello scendere. I quadricipiti cominciano ad accusare stanchezza. Olivetta San Michele, in territorio italiano, accoglie le mie stanche membra con l'indifferenza di un paese soffocato dalla noia domenicale. Mi aspettavo qualche accenno di tifo italiano (portavo un cappello tricolore) ma l'unica presenza vivente del piccolo abitato, reso grigio dalla pioggia, è il ristoro sistemato dagli organizzatori su un largo spiazzo sterrato. 
Quest'ultimo lo salto, perché nel frattempo avevo scoperto che idratarsi con il camel bag può essere davvero comodo, con buona pace dello sciacquio.
I paesaggi attraversati


A questo punto del percorso, trovo difficoltà a digerire ogni minima pendenza, la maggior parte delle quali supero camminando. Si rifanno vivi, implacabili, quasi tutti i miei ultimi sorpassi in discesa, quasi a rivendicare una posizione in classifica a loro più congeniale. Purtroppo per me i sette chilometri verso l'arrivo non saranno una facile discesa asfaltata.
Quando una donna, posta dagli organizzatori a guardia del bivio che separa il tracciato dei concorrenti della 45 km da quelli della 25 km, m’indirizza à gauche avvisandomi che mancano solo trois kilomètres all'arrivo, alzo gli occhi al cielo ringraziando chiunque lo abiti.

Saranno proprio quegli ultimi, striminziti chilometri i più duri: non ho più la forza di spingere in avanti, limitandomi a una sterile corsettina, inframezzata da qualche veloce camminata. 
In quel momento, chiunque con un minimo di freschezza supplementare in più avrebbe potuto agevolmente superarmi. Per fortuna, lo faranno soltanto in due. 
Giungo al traguardo, al cinquantunesimo posto su 145 partenti, sedicesimo di categoria  su quaranta, con la faccia di chi non ha fatto fatica; ma è solo fiction a beneficio dei presenti: sono mortalmente esausto, tant'è che ci vorrà un po’ prima che riesca anche solo a mangiare.
Una delle gare più dure mai affrontate.

Almeno, la voglia di trail francese me la sono tolta.








lunedì 5 agosto 2013

martedì 4 giugno 2013

I trentacinque del Kitambo

L'ultimo sterrato rettilineo, sotto un sole deciso, quasi non lo sento più: c'è il bramato traguardo davanti, che si rivela, finalmente, dopo trentacinque lunghi chilometri, con la voce dello speaker che suggella il mio 18esimo posto. Finalmente mi posso fermare. Mi sdraio sull'erba di fianco a Beppe. Un ragazzo del Kitambo mi chiede, premuroso:
Tutto bene?
Sì, è ok - lo rassicuro.
Chiudo gli occhi, e sorrido.
                                                 ......
Il futuro vincitore, Davide Ansaldo, in prima posizione.


Quattro ore prima, in auto, percorrevo a tutta birra la provinciale trentuno diretto a Casale Monferrato. Rendendomi conto di essere partito tardi da San Mauro Torinese spingevo a tutto gas. Per fortuna in quel momento i lunghi rettilinei da Chivasso in poi erano quasi deserti e superare i pochi veicoli presenti non era un problema. La gara sarebbe partita alle 14 e alle tredici e venti, dopo settanta chilometri, ero finalmente alle porte della cittadina. Dovevo ancora trovare piazza Castello e il modo migliore era chiedere. Scorgo un vigile sul ciglio della strada, faccio per accostarmi ma il guidatore dell'auto davanti alla mia del tutto inaspettatamente, ha la stessa idea. Così mi accodo aspettando il mio turno, fremente. Poi tocca a me:
-Alla rotonda prenda a sinistra, poi costeggi il canale-
Riparto.
Lungo un rettilineo cittadino mi trovo davanti due veicoli particolarmente lenti. Ormai sono lanciato, li sorpasso. Troppo tardi mi accorgo della presenza di un altro vigile, a sinistra, che emerge da una fila di auto parcheggiate e che mi fa cenno di accostare.
Questa non ci voleva.
Attraversa la strada con espressione severa.
Cerco di motivare il mio gesto:
-Mispiacehofrettaperchèdevopartecipareadunagarachepartetrapoco- 
Pensando intanto all'entità della multa ed al tempo che avrei perso.
-Questo non è un motivo per ignorare il codice della strada!-
-Sì, ha ragione-
-Vada-
Riparto, considerandomi fortunato.
Trovare piazza Castello è facile, una volta che ci si imbatte nel Castello. Di seguito, trovo parcheggio e il punto delle iscrizioni, con davanti ancora una discreta coda. Perfetto.
Ritiro la busta con il pettorale. Sono arrivato in tempo, ma non abbastanza da poter fare il riscaldamento. Del resto, in una gara di trentacinque chilometri, è così necessario?
L'idea di prendere parte a una competizione di così rispettabile distanza era nata per due motivi: il primo, voler sostituire un lungo di 28 km, previsto dalla tabella di allenamento, il secondo, volermi mettere in gioco su distanze più lunghe, che ritengo più adatte al mio fisico che ha bisogno di carburare, per poter esprimersi al 100%.

Incontro alcuni compagni di squadra Happy Runner, incontro Beppe della Podistica Dora Baltea. Lo speaker annuncia i pezzi grossi del team Salomon Agisko, partner nell'organizzazione del trail.
Fa caldo, il primo vero caldo della stagione.

E' una partenza al fulmicotone, ed io mi lascio trascinare senza pensare alle conseguenze. Così, i primi due chilometri, che bastano per farci attraversare il centro abitato portandoci verso le colline, una volta superato l'ospedale, scorrono ad un passo medio di quattro minuti e tredici al chilometro. Grosso sbaglio: la fatica già presenta il conto sulla prima rampetta. Dopo neppure 5 km sono già bollito, tanto che mi fermo a camminare lasciando sfilare diversi concorrenti. Beppe, che ha scelto saggiamente di non tirare troppo all'inizio, mi affianca e si allontana all'orizzonte: lo rivedrò solo all'arrivo.
In cima, le strade dei partecipanti alla 15 km si dividono dalle nostre. Prima del bivio c'è il banchetto di un ristoro ove a sorpresa trovo alcune brioches al cioccolato. Una la faccio mia, insieme con due o tre bicchieri di coca cola. Prendo a sinistra, seguendo le indicazioni, abbandonando l'asfalto e scendendo tra le vigne, tra i tralci residui della potatura invernale.
Senza i partecipanti alla quindici, il gruppo si è sfoltito. Le bestemmie iniziano appena il tratturo spiana, scoprendolo totalmente invaso dal fango. Dopo quello di Moncalvo, anche Casale non vuole essere da meno. A mano a mano che si procede, evitarlo diventa sempre più difficile. Poi, impossibile, e i piedi vanno a bagno.
Il corpo non mi trasmette buone sensazioni; la fatica dei primi chilometri non è assorbita ma anzi, si accumula alla stanchezza nel salire lungo i crinali. Le discese non mi permettono di rifiatare, perché per la maggior parte su terreni accidentati ed aspri. Mi affianca un podista, ha dimenticato il GPS, mi domanda quanti chilometri siano passati. Mi parla delle Porte di Pietra, un trail particolarmente duro cui ha da poco partecipato.
-Ventiquattro minuti per fare un chilometro!- Ricorda.
Procediamo pressochè affiancati sino alla cima di una collina, al 15esimo km, ove un venticello fresco ci dona un momentaneo refrigerio.
Giunti in fondo a quest'ultima ci informano di essere rispettivamente 24esimo (lui) e venticinquesimo (io).
-Dai, siamo quasi a metà- 
Al ristoro successivo, la scelta fra acqua e coca non cambia. Mando giù altri tre bicchieri, 
di prezioso liquido ambrato (così mi pareva in quei momenti) mentre l'acqua me la butto addosso. Il caldo ci morde la testa e fiacca le gambe. Il percorso è segnato ottimamente, parecchi bivi sono presidiati dai ragazzi del Kitambo che hanno una parola di conforto e incitamento per tutti. Nonostante che sulle salite sia ormai incapace di correre, salvo tratti brevi, la mia andatura mi fa guadagnare un po’ di vantaggio. Raggiungo, in pianura, un trio. Ora le forze sono così residue che cammino anche in pianura. Noto però che lo stesso fanno quelli davanti. E così, corricchiando un po’ di più di loro, riesco a prenderne e distanziarne due. 
Al ristoro del ventesimo chilometro ci arrivo un po’ correndo, un po’ camminando. Le forze stanno evaporando un po’ come tutta la coca cola bevuta, e comincio a raschiare il fondo del barile delle energie residue. La strada in quel tratto ha abbandonato la frescura del sottobosco ed è uscita sotto un sole spietato.  Supero una coppia formata da un trailer accompagnato da un ausiliario della croce rossa che cammina conducendo a mano una mountain bike. Una ambulanza sta venendo a caricare il concorrente.
Mi fermo a camminare prima ancora di raggiungere il ristoro, all'ombra di alcuni alberi. Altri bicchieri di coca cola si aggiungono ai precedenti, altra acqua gettata in testa. Riparto sotto il sole corricchiando. Ancora dieci chilometri. Rifletto sul fatto che la nomea "city trail" mi aveva tratto in inganno. Di cittadino questo trail ha solo la partenza e l'arrivo, tutto il resto no. E le pendenze, pur non potendo essere considerate montane, non sono neppure trascurabili, sopratutto con il trascorrere dei chilometri. A sinistra, la bianca e sterrata via crucis costeggia un campo da golf . Arranco accanto a flemmatici golfisti, neppure un 'ombra di sudore sulle polo, che m' ignorano, presi dalla loro attività. Passo accanto ad un casolare, da cui proviene al mio passaggio un abbaiare isterico, con gli occhi che bruciano per il sudore, e mi preparo a un’ennesima salita, che si profila impietosa là davanti, con l'animo di un manzo condotto davanti al macello.
Ai bordi della strada alcuni secchi colmi d'acqua, messi a bella posta per i trailer mi permettono un breve refrigerio. Un gruppo di residenti m’incoraggia. C'è anche un ragazzo su sedia a rotelle. Li saluto con un cenno della mano. Cammino fino in cima. Sono al ventisettesimo chilometro, quando raggiungo un gruppo di case.
-Davvero una bella passeggiata- scherzo con un ragazzo del Kitambo, che sorride di rimando, indicandomi la direzione da prendere.
-Coraggio, ora è tutta discesa-
La affronto sfruttando la forza di gravità, senza l’energia di impostare un ritmo particolare. Dopo una curva m'imbatto in un trailer seduto in mezzo alla strada, di traverso. Ha i crampi, mi chiede di tenergli su la gamba sinistra. Mi fermo ad aiutarlo. Si lamenta del gran caldo.
Riposa un attimo, cerca di stare all'ombra, gli suggerisco. Poi, sinceratomi che stava meglio, riparto. Con la coda dell'occhio noto che un inseguitore si è approssimato di molto.
Ogni volta che mi fermo, riprendere a correre è sempre più dura. Ormai è la testa che mi spinge, la voglia di concludere la gara. Ritorno su asfalto per l'ultima salita, di un chilometro. Alcuni incroci, specie quelli ove il sentiero sfocia su strada asfaltata, sono presidiati da uomini della protezione civile.
All'ultimo ristoro, ai due ragazzi che mi chiedono:
-Acqua, coca? - (Coca cola, non si discute)
domando loro a mia volta quanto manchi, nonostante il GPS mi riporti quattro chilometri, sperando in cuor mio che la gara sia in realtà più corta.
-Ancora quattro chilometri - mi confermano però, con partecipata aria di compatimento.
Gli ultimi tratti, quelli più vicini all'abitato, sono i più suggestivi. Ci portano lungo le sponde fluviali della cittadina. Il Po è molto vicino, se ne percepisce la presenza. Sarebbero magari anche divertenti, se ci fossi arrivato senza tutto quel bagaglio di chilometri alle spalle. Corricchio lungo una stretta pista in terra battuta che si fa largo tortuosa e ondulata tra la vegetazione del sottobosco.

Quando già sento la benedetta voce dello speaker in lontananza, supero un ultimo podista. Cammina e non abbozza nessun tentativo di reazione. Raggiungo e oltrepasso il letto di un torrente quasi in secca, mi rituffo nella vegetazione dalla parte opposta del corso d'acqua. Non c'è possibilità alcuna di errore nel seguire il giusto percorso, gli immancabili e numerosi nastri bianco rossi sono la mia stella cometa.
Un concorrente della 15 km è venuto ad incontrarci, mi incoraggia. Salgo su un ponticello in legno che ondeggia leggermente, emergo dalla frescura del sottobosco sino allo sterrato che mi porterà all'arrivo.
L'ultimo sterrato rettilineo, sotto un sole deciso, quasi non lo sento più...


Rock'n'roll.


















lunedì 20 maggio 2013

Fango monferrino (1° edizione Moncalvo Trail)

Ci avviciniamo a Moncalvo, cuore del Monferrato, in provincia di Asti, sotto un cielo che non lascia molte speranze. Sarà pioggia.
E' già pioggia, in auto con Lia e mia madre.
Il programma prevede un trail di 17 km su e giù per le dolci colline monferrine.
Il paesino è stato meta di una gitarella estiva di un anno o due fa. Faceva caldo, in quell'occasione, ed era stato bello passeggiare con Lia lungo le strette stradine che lo attraversano. Oggi, invece il colle su cui è posato si staglia su un grigio orizzonte lambito da nuvole basse. Parcheggiamo in Piazza Carlo Alberto, teatro delle operazioni di partenza. Com'è diversa oggi, sferzata dalla pioggia e dal vento gelido di un maggio che di maggio ha niente.
Perplesso, osservo il fiato che si condensa in vapore.
Ecco laggiù il gonfiabile giallo, testimone di un evento sportivo che sarà dura affrontare. Qualche runner infreddolito già scalpita sotto i portici che circondano parte della piazza. Ritiro il microchip la cui consegna avviene in una postazione che pare improvvisata. Su di un tavolo depliant, ormai bagnati, di gare future. Il vento ne ha sparpagliati parecchi anche sul terreno antistante. In terra, dentro un raccoglitore di cartone, tante buste contenenti microchip che nessuno userà. L'immagine mette tristezza. Un evento che avrebbe dovuto riempire di presenza umana la piazza, sarà oggi portato a termine da un manipolo d’irriducibili, tra cui alcune caparbie donne.

Breve briefing, si parte. Sono dietro al gruppo. Visto il numero dei partenti, e la lunghezza della gara, non fa poi così grossa differenza. Il GPS non è riuscito a trovare il satellite, sarò costretto a portarmelo al polso muto e sfaccendato. Si parte in discesa, alla fine della quale già mi si slacciano i lacci della scarpa sinistra. Mi capita di frequente, con le Pegasus Trail. La sosta è veramente minima, dopodiché recupero un po’ di posizioni. Durante la prima ascesa le scarpe slittano su uno strato di fango colloso che mi si appiccica progressivamente alle suole. Faccio sempre più fatica a sollevare i piedi da terra:  il mio unico pensiero è di liberarmi al più presto di quell’ingombrante zavorra. Ci riesco sbattendo con forza le Pegasus in terra, e affronto in precario equilibrio una successiva discesa complicata da fango viscido. Si slitta come niente. Per scendere cerco tratti erbosi, nella speranza siano meno sdrucciolevoli.  Quella che, baciata dal sole, poteva essere un’impegnativa collinare sembra diventata un ULTRA. Il tracciato, nel suo dolce saliscendi, inesorabile però nelle ascese, lambisce i famosi vigneti monferrini e fa spesso da letto a qualche rigagnolo che ne occupa parte o tutta la sede.

Sulla cima di un colle, il percorso si divide. Sono indeciso sulla direzione da prendere: alcune frecce rosse in terra indicano a sinistra, ma sono sbiadite e per quanto ne so, potrebbero essere lascito di una gara precedente. Sopraggiunge un runner  e mi suggerisce di imboccare il percorso a sinistra.
Sicuro? chiedo.
Certo, il percorso l'ho segnato io.
Seguo il suo prezioso consiglio.
Sarà la mia fortuna, perchè davanti a me altri avevano imboccato la direzione opposta.
Lui tuttavia non mi segue, devia a destra.
Sulla successiva discesa do' tutto. Mi ritrovo solo.

La paura più grande ora, è di sbagliare qualche deviazione, qualche curva, di imboccare un sentiero che non porti da nessuna parte. Ci sono ancora undici chilometri, davanti. Per un attimo considero l'idea di attendere qualche concorrente dalle retrovie, in modo da poter avere un parere in più in caso d’indecisione, ma alla spalle ho un solitario runner, troppo lontano; aspettarlo sarebbe una inutile perdita di tempo. Proseguo, di conseguenza, con ritmo che mi pare brillante.
Dopo un tratto su larga strada asfaltata, di pochi chilometri, salgo ancora. Non mi sento pressato e affronto la salita con passo non eccessivo, dopo aver mangiato una gelatina di frutta.
Al culmine una coppia m’incita come quarto concorrente. Accolgo la notizia con stupore, e mi preparo a reggere per tutti i chilometri restanti.
Lungo la strada incontro solo volontari della protezione civile e ragazzi in mountain bike a presiedere i punti più complicati.

Uno dei tratti più difficili mi si presenta terminata una discesa: un'area fangosa in cui i piedi s’immergono totalmente. La affronto più velocemente che posso, per non rimanerne invischiato. Terminata, osservo che il sentiero volta deciso a destra sotto l'arcata di un ponticello, uno stretto passaggio oscuro totalmente invaso dall'acqua.
Possibile si passi di qui?
Sì, vai. Mi dico.
Alcuni tratti sono ben segnalati da cartelli e nastri, altri li percorro con l'accesa speranza di non sbagliare, cosicché è sempre un sollievo quando raggiungo qualche addetto agli incroci, che testimoni la validità della mia scelta precedente. Al decimo (circa), mi sorpassa veemente un runner, in discesa. Tento di stargli attaccato, ma ha un passo troppo rapido, tanto da accumulare velocemente vantaggio. Difficile riprenderlo, inutile sprecare energie. Davanti a noi la strada s'inerpica sopra un colle. Finalmente vedo i primi laggiù, in lontananza. La pendenza è severa. Il podista di poc'anzi sale senza perdere il ritmo, è già quasi in cima. Io invece affronto la difficoltà alternando passettini di corsetta leggera con ben più frequenti camminate veloci.
Getto un veloce sguardo dietro e scorgo alcuni inseguitori. Non sembrano vicini, ma spero che la salita non mi faccia piantare. Fortunatamente non succede e raggiunta la cima a corto di fiato, dopo un breve prologo in pianura, incontro nuova pendenza, complicata dal fango scivoloso. Cerco di correre laddove l'acqua scorrendo ha lasciato scoperte le pietre, in modo da poter contare su un appoggio più saldo.
Un volontario m’informa che manca appena un chilometro e dopo una salitella severa ma corta scorgo il paese davanti. Il tracciato si trasforma in uno stretto sentiero urbano che segue per un tratto il perimetro del paese, poi punta deciso verso il ritorno in piazza.
Varco il traguardo in una piazza deserta a parte un fotografo e due donne che applaudono, strette sotto un balcone per ripararsi dalla pioggia, e qualche avventore sotto il dehor di un bar. La postazione sotto il gonfiabile è totalmente sguarnita. Non sentendo alcun bip dopo il mio passaggio temo che l'arrivo non sia stato registrato. Dopo un attimo sopraggiunge da sotto i portici un tecnico che consultando il PC portatile mi conferma la posizione ottenuta e il tempo.
Non c'è nulla di caldo da bere. Sembra che l'organizzazione, i cui membri non sono neppure facilmente identificabili, si sia disinteressata del finale di gara. Persino la consegna dei chip è demandata ad un passa parola. Assente, ad esempio, un cartone con la scritta "riconsegna chip".
Aleggia aria di improvvisazione, di incertezza. Eccheggia qualche imprecazione da parte di chi si è perso.
I primi arrivati premono per poter essere premiati in fretta, in modo da potersene andare quanto prima. Io riesco ad ottenere in premio una bottiglia di Malvasia, messa a disposizione degli sponsor.
Dopodichè il mio unico pensiero è quello di affrontare il viaggio di ritorno verso Borgofranco d'Ivrea.



Rock'n'roll.

La classifica.



















domenica 5 maggio 2013

Dov'è il ponte tibetano? (Ecomaratona del Ticino, seconda edizione)

L'esercito dei podisti davanti al Castello Sforzesco.


Sono attirato da tutte le gare con percorsi in natura. Prati, ma sopratutto boschi, discese ripide spaccagambe e salite rompifiato mi divertono, così come i repentini cambi di scenario che allontanano la noia delle lunghe distanze. Non poteva non allettarmi quindi l'idea di presentarmi alla partenza della seconda Eco Maratona del Parco del Ticino nella distanza "eco venti" (presenti anche una "eco trentacinque", una "eco maratona", ed una 11k non competitiva).  Il trailer di presentazione e le foto sul  sito promettevano una bella cavalcata nel verde e le gambe scalpitavano. Poi, sapevo che avremmo dovuto attraversare un ponte tibetano e l'appuntamento mi eccitava.
Con Lia e mia madre sono a Galliate solo mezz'ora prima della partenza. Il colpo d'occhio è quello delle gare preparate con cura e mezzi adeguati. Trovato un fortunoso parcheggio e ritirato il numero all'interno del castello Sforzesco in piazza Vittorio Veneto, non ho il tempo di riscaldarmi, unendomi da subito al fiume di podisti che si sta portando in zona partenza all'unisono come obbedendo a un richiamo misterioso.e sistemandomi in griglia in una posizione che mi permetta di scongiurare "tappi".
E' una mattina con temperature finalmente consone al periodo: c'è caldo, ma non particolarmente fastidioso. Personalmente, però, non vedo l'ora di abbandonare il triste nastro bituminoso per tuffarmi all'ombra degli alberi. La transizione, con la colonna sonora di un gruppo di percussionisti che eseguono un ritmo tribale, avviene al quinto km, percorso ad un passo di 4'28. Per un attimo sembra di essere in Africa, fino a che l'eco dei tamburi non si spegne alle nostre spalle. In fila indiana percorriamo uno stretto single track che poi si apre in lunghi tratti in sterrato, all'aperto. La mancanza di particolari difficoltà tecniche del percorso mi consente di impostare e gestire senza particolari affanni un ritmo mezza. Non ci sono enormi pozzanghere da aggirare e il fondo è abbastanza regolare. 
Troppi spazi aperti, però, per i miei gusti.
La temperatura è aumentata, cosicché accolgo con piacere la frescura dei tratti in sottobosco.
Viaggio in compagnia di una coppia della stessa squadra, dal fisico palestrato.
E' da diversi km che penso: "Ora saltano", ma non saltano mai.
Dalle retrovie giunge un'altra coppia, sembra più fresca.
Davanti, più lontano, due podiste di una squadra ligure: maglia nera e maglia bianca, lo stesso fisico minuto e nervoso.
Maglia nera è più in forma, a tratti incita la compagna. E a un certo punto si ferma per un attimo ad attenderla.
Al tredicesimo km, su asfalto, ci si presenta davanti una salita. Circa tre chilometri. Non dura, regolare. La imposto con un passo molto agile che mi consente di abbandonare le due coppie e raggiungere un atleta di una squadra di Busto Arsizio. Da dietro lo affianca un suo compagno di squadra che afferma di aver sbagliato strada, lui e altri 5, per colpa di un addetto che avrebbe fornito un’indicazione errata.
"Avrò perso undici minuti" dice e non stento a crederlo. Mi dispiace per lui e per tutti gli altri. So cosa si prova a sbagliare percorso. Ha ancora abbastanza energìa in corpo da permettergli di lasciare dietro me e il suo collega di squadra. Dopo un po’, quest'ultimo lo lascio anch’io.
foto Antonini

Il resto è un ritorno su asfalto a Galliate.
Ohibò, non ho visto nessun ponte tibetano. E dire che me lo aspettavo, me lo immaginavo attendermi dietro ad ogni curva del percorso. 
Passerella finale tra due ali di folla. Guardo il monitor con il tempo che segna 1:31:19 Trasecolo: è il mio record sulla mezza! Ed era pure su sterrato!
Calma Father... erano solo venti, i km.
Già, dimenticavo.
Qui ero convinto di aver ottenuto il nuovo PB sulla mezza. Peccato che non fosse una mezza.


Il brindisi al rinfresco. Pardon, al ristoro.

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La classifica finale recita: 42esimo su 433, 21esimo di categoria su 149.
Stranamente, sul monitor messo a disposizione da wedosport e consultato subito dopo l'arrivo, ero 39esimo sull’assoluta e 18esimo di categoria. Mah



ps

Triste scoperta. Ho appreso in seguito che il ponte tibetano non era previsto per i partecipanti all’eco venti.