FATHERSNAKE ON THE ROAD

Blog di corsa, ma non solo, di un runner per metà rocker e per metà podista.

lunedì 5 agosto 2013

martedì 4 giugno 2013

I trentacinque del Kitambo

L'ultimo sterrato rettilineo, sotto un sole deciso, quasi non lo sento più: c'è il bramato traguardo davanti, che si rivela, finalmente, dopo trentacinque lunghi chilometri, con la voce dello speaker che suggella il mio 18esimo posto. Finalmente mi posso fermare. Mi sdraio sull'erba di fianco a Beppe. Un ragazzo del Kitambo mi chiede, premuroso:
Tutto bene?
Sì, è ok - lo rassicuro.
Chiudo gli occhi, e sorrido.
                                                 ......
Il futuro vincitore, Davide Ansaldo, in prima posizione.


Quattro ore prima, in auto, percorrevo a tutta birra la provinciale trentuno diretto a Casale Monferrato. Rendendomi conto di essere partito tardi da San Mauro Torinese spingevo a tutto gas. Per fortuna in quel momento i lunghi rettilinei da Chivasso in poi erano quasi deserti e superare i pochi veicoli presenti non era un problema. La gara sarebbe partita alle 14 e alle tredici e venti, dopo settanta chilometri, ero finalmente alle porte della cittadina. Dovevo ancora trovare piazza Castello e il modo migliore era chiedere. Scorgo un vigile sul ciglio della strada, faccio per accostarmi ma il guidatore dell'auto davanti alla mia del tutto inaspettatamente, ha la stessa idea. Così mi accodo aspettando il mio turno, fremente. Poi tocca a me:
-Alla rotonda prenda a sinistra, poi costeggi il canale-
Riparto.
Lungo un rettilineo cittadino mi trovo davanti due veicoli particolarmente lenti. Ormai sono lanciato, li sorpasso. Troppo tardi mi accorgo della presenza di un altro vigile, a sinistra, che emerge da una fila di auto parcheggiate e che mi fa cenno di accostare.
Questa non ci voleva.
Attraversa la strada con espressione severa.
Cerco di motivare il mio gesto:
-Mispiacehofrettaperchèdevopartecipareadunagarachepartetrapoco- 
Pensando intanto all'entità della multa ed al tempo che avrei perso.
-Questo non è un motivo per ignorare il codice della strada!-
-Sì, ha ragione-
-Vada-
Riparto, considerandomi fortunato.
Trovare piazza Castello è facile, una volta che ci si imbatte nel Castello. Di seguito, trovo parcheggio e il punto delle iscrizioni, con davanti ancora una discreta coda. Perfetto.
Ritiro la busta con il pettorale. Sono arrivato in tempo, ma non abbastanza da poter fare il riscaldamento. Del resto, in una gara di trentacinque chilometri, è così necessario?
L'idea di prendere parte a una competizione di così rispettabile distanza era nata per due motivi: il primo, voler sostituire un lungo di 28 km, previsto dalla tabella di allenamento, il secondo, volermi mettere in gioco su distanze più lunghe, che ritengo più adatte al mio fisico che ha bisogno di carburare, per poter esprimersi al 100%.

Incontro alcuni compagni di squadra Happy Runner, incontro Beppe della Podistica Dora Baltea. Lo speaker annuncia i pezzi grossi del team Salomon Agisko, partner nell'organizzazione del trail.
Fa caldo, il primo vero caldo della stagione.

E' una partenza al fulmicotone, ed io mi lascio trascinare senza pensare alle conseguenze. Così, i primi due chilometri, che bastano per farci attraversare il centro abitato portandoci verso le colline, una volta superato l'ospedale, scorrono ad un passo medio di quattro minuti e tredici al chilometro. Grosso sbaglio: la fatica già presenta il conto sulla prima rampetta. Dopo neppure 5 km sono già bollito, tanto che mi fermo a camminare lasciando sfilare diversi concorrenti. Beppe, che ha scelto saggiamente di non tirare troppo all'inizio, mi affianca e si allontana all'orizzonte: lo rivedrò solo all'arrivo.
In cima, le strade dei partecipanti alla 15 km si dividono dalle nostre. Prima del bivio c'è il banchetto di un ristoro ove a sorpresa trovo alcune brioches al cioccolato. Una la faccio mia, insieme con due o tre bicchieri di coca cola. Prendo a sinistra, seguendo le indicazioni, abbandonando l'asfalto e scendendo tra le vigne, tra i tralci residui della potatura invernale.
Senza i partecipanti alla quindici, il gruppo si è sfoltito. Le bestemmie iniziano appena il tratturo spiana, scoprendolo totalmente invaso dal fango. Dopo quello di Moncalvo, anche Casale non vuole essere da meno. A mano a mano che si procede, evitarlo diventa sempre più difficile. Poi, impossibile, e i piedi vanno a bagno.
Il corpo non mi trasmette buone sensazioni; la fatica dei primi chilometri non è assorbita ma anzi, si accumula alla stanchezza nel salire lungo i crinali. Le discese non mi permettono di rifiatare, perché per la maggior parte su terreni accidentati ed aspri. Mi affianca un podista, ha dimenticato il GPS, mi domanda quanti chilometri siano passati. Mi parla delle Porte di Pietra, un trail particolarmente duro cui ha da poco partecipato.
-Ventiquattro minuti per fare un chilometro!- Ricorda.
Procediamo pressochè affiancati sino alla cima di una collina, al 15esimo km, ove un venticello fresco ci dona un momentaneo refrigerio.
Giunti in fondo a quest'ultima ci informano di essere rispettivamente 24esimo (lui) e venticinquesimo (io).
-Dai, siamo quasi a metà- 
Al ristoro successivo, la scelta fra acqua e coca non cambia. Mando giù altri tre bicchieri, 
di prezioso liquido ambrato (così mi pareva in quei momenti) mentre l'acqua me la butto addosso. Il caldo ci morde la testa e fiacca le gambe. Il percorso è segnato ottimamente, parecchi bivi sono presidiati dai ragazzi del Kitambo che hanno una parola di conforto e incitamento per tutti. Nonostante che sulle salite sia ormai incapace di correre, salvo tratti brevi, la mia andatura mi fa guadagnare un po’ di vantaggio. Raggiungo, in pianura, un trio. Ora le forze sono così residue che cammino anche in pianura. Noto però che lo stesso fanno quelli davanti. E così, corricchiando un po’ di più di loro, riesco a prenderne e distanziarne due. 
Al ristoro del ventesimo chilometro ci arrivo un po’ correndo, un po’ camminando. Le forze stanno evaporando un po’ come tutta la coca cola bevuta, e comincio a raschiare il fondo del barile delle energie residue. La strada in quel tratto ha abbandonato la frescura del sottobosco ed è uscita sotto un sole spietato.  Supero una coppia formata da un trailer accompagnato da un ausiliario della croce rossa che cammina conducendo a mano una mountain bike. Una ambulanza sta venendo a caricare il concorrente.
Mi fermo a camminare prima ancora di raggiungere il ristoro, all'ombra di alcuni alberi. Altri bicchieri di coca cola si aggiungono ai precedenti, altra acqua gettata in testa. Riparto sotto il sole corricchiando. Ancora dieci chilometri. Rifletto sul fatto che la nomea "city trail" mi aveva tratto in inganno. Di cittadino questo trail ha solo la partenza e l'arrivo, tutto il resto no. E le pendenze, pur non potendo essere considerate montane, non sono neppure trascurabili, sopratutto con il trascorrere dei chilometri. A sinistra, la bianca e sterrata via crucis costeggia un campo da golf . Arranco accanto a flemmatici golfisti, neppure un 'ombra di sudore sulle polo, che m' ignorano, presi dalla loro attività. Passo accanto ad un casolare, da cui proviene al mio passaggio un abbaiare isterico, con gli occhi che bruciano per il sudore, e mi preparo a un’ennesima salita, che si profila impietosa là davanti, con l'animo di un manzo condotto davanti al macello.
Ai bordi della strada alcuni secchi colmi d'acqua, messi a bella posta per i trailer mi permettono un breve refrigerio. Un gruppo di residenti m’incoraggia. C'è anche un ragazzo su sedia a rotelle. Li saluto con un cenno della mano. Cammino fino in cima. Sono al ventisettesimo chilometro, quando raggiungo un gruppo di case.
-Davvero una bella passeggiata- scherzo con un ragazzo del Kitambo, che sorride di rimando, indicandomi la direzione da prendere.
-Coraggio, ora è tutta discesa-
La affronto sfruttando la forza di gravità, senza l’energia di impostare un ritmo particolare. Dopo una curva m'imbatto in un trailer seduto in mezzo alla strada, di traverso. Ha i crampi, mi chiede di tenergli su la gamba sinistra. Mi fermo ad aiutarlo. Si lamenta del gran caldo.
Riposa un attimo, cerca di stare all'ombra, gli suggerisco. Poi, sinceratomi che stava meglio, riparto. Con la coda dell'occhio noto che un inseguitore si è approssimato di molto.
Ogni volta che mi fermo, riprendere a correre è sempre più dura. Ormai è la testa che mi spinge, la voglia di concludere la gara. Ritorno su asfalto per l'ultima salita, di un chilometro. Alcuni incroci, specie quelli ove il sentiero sfocia su strada asfaltata, sono presidiati da uomini della protezione civile.
All'ultimo ristoro, ai due ragazzi che mi chiedono:
-Acqua, coca? - (Coca cola, non si discute)
domando loro a mia volta quanto manchi, nonostante il GPS mi riporti quattro chilometri, sperando in cuor mio che la gara sia in realtà più corta.
-Ancora quattro chilometri - mi confermano però, con partecipata aria di compatimento.
Gli ultimi tratti, quelli più vicini all'abitato, sono i più suggestivi. Ci portano lungo le sponde fluviali della cittadina. Il Po è molto vicino, se ne percepisce la presenza. Sarebbero magari anche divertenti, se ci fossi arrivato senza tutto quel bagaglio di chilometri alle spalle. Corricchio lungo una stretta pista in terra battuta che si fa largo tortuosa e ondulata tra la vegetazione del sottobosco.

Quando già sento la benedetta voce dello speaker in lontananza, supero un ultimo podista. Cammina e non abbozza nessun tentativo di reazione. Raggiungo e oltrepasso il letto di un torrente quasi in secca, mi rituffo nella vegetazione dalla parte opposta del corso d'acqua. Non c'è possibilità alcuna di errore nel seguire il giusto percorso, gli immancabili e numerosi nastri bianco rossi sono la mia stella cometa.
Un concorrente della 15 km è venuto ad incontrarci, mi incoraggia. Salgo su un ponticello in legno che ondeggia leggermente, emergo dalla frescura del sottobosco sino allo sterrato che mi porterà all'arrivo.
L'ultimo sterrato rettilineo, sotto un sole deciso, quasi non lo sento più...


Rock'n'roll.


















lunedì 20 maggio 2013

Fango monferrino (1° edizione Moncalvo Trail)

Ci avviciniamo a Moncalvo, cuore del Monferrato, in provincia di Asti, sotto un cielo che non lascia molte speranze. Sarà pioggia.
E' già pioggia, in auto con Lia e mia madre.
Il programma prevede un trail di 17 km su e giù per le dolci colline monferrine.
Il paesino è stato meta di una gitarella estiva di un anno o due fa. Faceva caldo, in quell'occasione, ed era stato bello passeggiare con Lia lungo le strette stradine che lo attraversano. Oggi, invece il colle su cui è posato si staglia su un grigio orizzonte lambito da nuvole basse. Parcheggiamo in Piazza Carlo Alberto, teatro delle operazioni di partenza. Com'è diversa oggi, sferzata dalla pioggia e dal vento gelido di un maggio che di maggio ha niente.
Perplesso, osservo il fiato che si condensa in vapore.
Ecco laggiù il gonfiabile giallo, testimone di un evento sportivo che sarà dura affrontare. Qualche runner infreddolito già scalpita sotto i portici che circondano parte della piazza. Ritiro il microchip la cui consegna avviene in una postazione che pare improvvisata. Su di un tavolo depliant, ormai bagnati, di gare future. Il vento ne ha sparpagliati parecchi anche sul terreno antistante. In terra, dentro un raccoglitore di cartone, tante buste contenenti microchip che nessuno userà. L'immagine mette tristezza. Un evento che avrebbe dovuto riempire di presenza umana la piazza, sarà oggi portato a termine da un manipolo d’irriducibili, tra cui alcune caparbie donne.

Breve briefing, si parte. Sono dietro al gruppo. Visto il numero dei partenti, e la lunghezza della gara, non fa poi così grossa differenza. Il GPS non è riuscito a trovare il satellite, sarò costretto a portarmelo al polso muto e sfaccendato. Si parte in discesa, alla fine della quale già mi si slacciano i lacci della scarpa sinistra. Mi capita di frequente, con le Pegasus Trail. La sosta è veramente minima, dopodiché recupero un po’ di posizioni. Durante la prima ascesa le scarpe slittano su uno strato di fango colloso che mi si appiccica progressivamente alle suole. Faccio sempre più fatica a sollevare i piedi da terra:  il mio unico pensiero è di liberarmi al più presto di quell’ingombrante zavorra. Ci riesco sbattendo con forza le Pegasus in terra, e affronto in precario equilibrio una successiva discesa complicata da fango viscido. Si slitta come niente. Per scendere cerco tratti erbosi, nella speranza siano meno sdrucciolevoli.  Quella che, baciata dal sole, poteva essere un’impegnativa collinare sembra diventata un ULTRA. Il tracciato, nel suo dolce saliscendi, inesorabile però nelle ascese, lambisce i famosi vigneti monferrini e fa spesso da letto a qualche rigagnolo che ne occupa parte o tutta la sede.

Sulla cima di un colle, il percorso si divide. Sono indeciso sulla direzione da prendere: alcune frecce rosse in terra indicano a sinistra, ma sono sbiadite e per quanto ne so, potrebbero essere lascito di una gara precedente. Sopraggiunge un runner  e mi suggerisce di imboccare il percorso a sinistra.
Sicuro? chiedo.
Certo, il percorso l'ho segnato io.
Seguo il suo prezioso consiglio.
Sarà la mia fortuna, perchè davanti a me altri avevano imboccato la direzione opposta.
Lui tuttavia non mi segue, devia a destra.
Sulla successiva discesa do' tutto. Mi ritrovo solo.

La paura più grande ora, è di sbagliare qualche deviazione, qualche curva, di imboccare un sentiero che non porti da nessuna parte. Ci sono ancora undici chilometri, davanti. Per un attimo considero l'idea di attendere qualche concorrente dalle retrovie, in modo da poter avere un parere in più in caso d’indecisione, ma alla spalle ho un solitario runner, troppo lontano; aspettarlo sarebbe una inutile perdita di tempo. Proseguo, di conseguenza, con ritmo che mi pare brillante.
Dopo un tratto su larga strada asfaltata, di pochi chilometri, salgo ancora. Non mi sento pressato e affronto la salita con passo non eccessivo, dopo aver mangiato una gelatina di frutta.
Al culmine una coppia m’incita come quarto concorrente. Accolgo la notizia con stupore, e mi preparo a reggere per tutti i chilometri restanti.
Lungo la strada incontro solo volontari della protezione civile e ragazzi in mountain bike a presiedere i punti più complicati.

Uno dei tratti più difficili mi si presenta terminata una discesa: un'area fangosa in cui i piedi s’immergono totalmente. La affronto più velocemente che posso, per non rimanerne invischiato. Terminata, osservo che il sentiero volta deciso a destra sotto l'arcata di un ponticello, uno stretto passaggio oscuro totalmente invaso dall'acqua.
Possibile si passi di qui?
Sì, vai. Mi dico.
Alcuni tratti sono ben segnalati da cartelli e nastri, altri li percorro con l'accesa speranza di non sbagliare, cosicché è sempre un sollievo quando raggiungo qualche addetto agli incroci, che testimoni la validità della mia scelta precedente. Al decimo (circa), mi sorpassa veemente un runner, in discesa. Tento di stargli attaccato, ma ha un passo troppo rapido, tanto da accumulare velocemente vantaggio. Difficile riprenderlo, inutile sprecare energie. Davanti a noi la strada s'inerpica sopra un colle. Finalmente vedo i primi laggiù, in lontananza. La pendenza è severa. Il podista di poc'anzi sale senza perdere il ritmo, è già quasi in cima. Io invece affronto la difficoltà alternando passettini di corsetta leggera con ben più frequenti camminate veloci.
Getto un veloce sguardo dietro e scorgo alcuni inseguitori. Non sembrano vicini, ma spero che la salita non mi faccia piantare. Fortunatamente non succede e raggiunta la cima a corto di fiato, dopo un breve prologo in pianura, incontro nuova pendenza, complicata dal fango scivoloso. Cerco di correre laddove l'acqua scorrendo ha lasciato scoperte le pietre, in modo da poter contare su un appoggio più saldo.
Un volontario m’informa che manca appena un chilometro e dopo una salitella severa ma corta scorgo il paese davanti. Il tracciato si trasforma in uno stretto sentiero urbano che segue per un tratto il perimetro del paese, poi punta deciso verso il ritorno in piazza.
Varco il traguardo in una piazza deserta a parte un fotografo e due donne che applaudono, strette sotto un balcone per ripararsi dalla pioggia, e qualche avventore sotto il dehor di un bar. La postazione sotto il gonfiabile è totalmente sguarnita. Non sentendo alcun bip dopo il mio passaggio temo che l'arrivo non sia stato registrato. Dopo un attimo sopraggiunge da sotto i portici un tecnico che consultando il PC portatile mi conferma la posizione ottenuta e il tempo.
Non c'è nulla di caldo da bere. Sembra che l'organizzazione, i cui membri non sono neppure facilmente identificabili, si sia disinteressata del finale di gara. Persino la consegna dei chip è demandata ad un passa parola. Assente, ad esempio, un cartone con la scritta "riconsegna chip".
Aleggia aria di improvvisazione, di incertezza. Eccheggia qualche imprecazione da parte di chi si è perso.
I primi arrivati premono per poter essere premiati in fretta, in modo da potersene andare quanto prima. Io riesco ad ottenere in premio una bottiglia di Malvasia, messa a disposizione degli sponsor.
Dopodichè il mio unico pensiero è quello di affrontare il viaggio di ritorno verso Borgofranco d'Ivrea.



Rock'n'roll.

La classifica.



















domenica 5 maggio 2013

Dov'è il ponte tibetano? (Ecomaratona del Ticino, seconda edizione)

L'esercito dei podisti davanti al Castello Sforzesco.


Sono attirato da tutte le gare con percorsi in natura. Prati, ma sopratutto boschi, discese ripide spaccagambe e salite rompifiato mi divertono, così come i repentini cambi di scenario che allontanano la noia delle lunghe distanze. Non poteva non allettarmi quindi l'idea di presentarmi alla partenza della seconda Eco Maratona del Parco del Ticino nella distanza "eco venti" (presenti anche una "eco trentacinque", una "eco maratona", ed una 11k non competitiva).  Il trailer di presentazione e le foto sul  sito promettevano una bella cavalcata nel verde e le gambe scalpitavano. Poi, sapevo che avremmo dovuto attraversare un ponte tibetano e l'appuntamento mi eccitava.
Con Lia e mia madre sono a Galliate solo mezz'ora prima della partenza. Il colpo d'occhio è quello delle gare preparate con cura e mezzi adeguati. Trovato un fortunoso parcheggio e ritirato il numero all'interno del castello Sforzesco in piazza Vittorio Veneto, non ho il tempo di riscaldarmi, unendomi da subito al fiume di podisti che si sta portando in zona partenza all'unisono come obbedendo a un richiamo misterioso.e sistemandomi in griglia in una posizione che mi permetta di scongiurare "tappi".
E' una mattina con temperature finalmente consone al periodo: c'è caldo, ma non particolarmente fastidioso. Personalmente, però, non vedo l'ora di abbandonare il triste nastro bituminoso per tuffarmi all'ombra degli alberi. La transizione, con la colonna sonora di un gruppo di percussionisti che eseguono un ritmo tribale, avviene al quinto km, percorso ad un passo di 4'28. Per un attimo sembra di essere in Africa, fino a che l'eco dei tamburi non si spegne alle nostre spalle. In fila indiana percorriamo uno stretto single track che poi si apre in lunghi tratti in sterrato, all'aperto. La mancanza di particolari difficoltà tecniche del percorso mi consente di impostare e gestire senza particolari affanni un ritmo mezza. Non ci sono enormi pozzanghere da aggirare e il fondo è abbastanza regolare. 
Troppi spazi aperti, però, per i miei gusti.
La temperatura è aumentata, cosicché accolgo con piacere la frescura dei tratti in sottobosco.
Viaggio in compagnia di una coppia della stessa squadra, dal fisico palestrato.
E' da diversi km che penso: "Ora saltano", ma non saltano mai.
Dalle retrovie giunge un'altra coppia, sembra più fresca.
Davanti, più lontano, due podiste di una squadra ligure: maglia nera e maglia bianca, lo stesso fisico minuto e nervoso.
Maglia nera è più in forma, a tratti incita la compagna. E a un certo punto si ferma per un attimo ad attenderla.
Al tredicesimo km, su asfalto, ci si presenta davanti una salita. Circa tre chilometri. Non dura, regolare. La imposto con un passo molto agile che mi consente di abbandonare le due coppie e raggiungere un atleta di una squadra di Busto Arsizio. Da dietro lo affianca un suo compagno di squadra che afferma di aver sbagliato strada, lui e altri 5, per colpa di un addetto che avrebbe fornito un’indicazione errata.
"Avrò perso undici minuti" dice e non stento a crederlo. Mi dispiace per lui e per tutti gli altri. So cosa si prova a sbagliare percorso. Ha ancora abbastanza energìa in corpo da permettergli di lasciare dietro me e il suo collega di squadra. Dopo un po’, quest'ultimo lo lascio anch’io.
foto Antonini

Il resto è un ritorno su asfalto a Galliate.
Ohibò, non ho visto nessun ponte tibetano. E dire che me lo aspettavo, me lo immaginavo attendermi dietro ad ogni curva del percorso. 
Passerella finale tra due ali di folla. Guardo il monitor con il tempo che segna 1:31:19 Trasecolo: è il mio record sulla mezza! Ed era pure su sterrato!
Calma Father... erano solo venti, i km.
Già, dimenticavo.
Qui ero convinto di aver ottenuto il nuovo PB sulla mezza. Peccato che non fosse una mezza.


Il brindisi al rinfresco. Pardon, al ristoro.

--

La classifica finale recita: 42esimo su 433, 21esimo di categoria su 149.
Stranamente, sul monitor messo a disposizione da wedosport e consultato subito dopo l'arrivo, ero 39esimo sull’assoluta e 18esimo di categoria. Mah



ps

Triste scoperta. Ho appreso in seguito che il ponte tibetano non era previsto per i partecipanti all’eco venti. 







lunedì 29 aprile 2013

Dalle stelle alle stalle, e ritorno (Lago Eco Trail La Canavesana, Albiano d'Ivrea).




Nei trail adotto sempre espressioni particolarmente intelligenti.

Lago Eco Trail La Canavesana: una gara competitiva valida per il campionato regionale Uisp Trail 2013 e per l’assegnazione della maglia di campione Uisp trail di categoria.

La temevo. Per la lunghezza del tracciato, di trenta chilometri, da me mai percorsi in precedenza, e perché le previsioni meteorologiche lasciavano poche speranze: pioggia, pioggia e ancora pioggia.
Fin quasi all’ultimo, ero stato tentato di iscrivermi al concomitante trail della Bessa, di distanza minore, con il comune vantaggio di svolgersi a poca distanza da casa. Alla fine però ha prevalso la voglia di mettermi in gioco su una distanza importante.

Albiano (TO), domenica mattina.
 Non piove, è già qualcosa. A occhio, i presenti non sono tantissimi (alla fine, una novantina). Ritiro il pacco gara, infilo la pettorina, mi avvicino alla partenza. Uno degli organizzatori mi fa notare che, oltre a pettorina e chip serve anche il cartellino cartaceo con nome e cognome, dopodiché inizia a fare l’appello. Ok, probabilmente il mio è rimasto nella busta consegnatami all’atto dell’iscrizione, e la busta è nell’auto parcheggiata a circa 800 metri e le chiavi le ha mia madre che ho lasciato nei pressi. Comincio a cercarla. Vado avanti e indietro dalla zona di partenza all’auto per svariate volte, sempre più nervoso, e sempre più sudato. Dopo l’ennesimo ritorno e l’ennesima imprecazione la scorgo, mi faccio dare le chiavi, corro all’auto, mi appiccico il benedetto cartellino e mi precipito all’appello, per me la gara è come fosse già iniziata. C’era ancora tempo comunque, le operazioni prima del via sono particolarmente laboriose, tanto che si parte con un leggero ritardo.
S’inizia con un corto tratto in asfalto, fino a che s’imbocca a destra un sentiero che taglia deciso attraverso i campi. Fango sì, ce n’è, ma non pesante, e si evita facilmente. Arriviamo a Tina, e, dopo un single track erboso, trascorsi venticinque minuti circa inizia la salita, l’unica di un certo peso, verso il castello di Masino.
“Ciao Gianfra!” mi saluta un volontario addetto allo stop del traffico e riconosco in lui, dopo un attimo di perplessità, un ex collega assicuratore di almeno un migliaio di anni fa.
Alla salita ciottolosa si accede attraverso un cancello, aperto per l’occasione. Seguo un gruppetto di quattro runner che vanno su a passo simile. Dietro non so, non guardo per non perdere la concentrazione. Sono pronto a essere superato in qualsiasi istante, so che la gara è ancora lunga e che potrò eventualmente recuperare. La pendenza è costante, e la mia andatura pure. Paradossalmente, è la fatica psicologica quella che si fa più sentire: ogni tratto sembra identico a quello appena percorso. Dopo ogni tornante, anziché la liberatoria pianura, si ripresenta un altro identico tornante e così via per un tempo che mi sembra infinito. Quando comincio a credere di essere nel pieno di un episodio di “Ai confini della realtà”  scollino al castello di Masino ove è situato il traguardo di una 10 km, partita in contemporanea. Dalle retrovie sopraggiunge un runner. Scambiamo due battute sulla nostra posizione rispetto al gruppo. Concordiamo sul fatto che davanti a noi non possono esserci più di trenta, quaranta podisti. La strada ora è in leggera discesa, su sentiero largo e agevole. Comincio a prendere velocità, si stacca. Raggiungo due podisti sempre in leggera discesa, senza forzare.
Noto ora, davanti, un corridore che reputo piuttosto forte. Mai in gara ero riuscito neppure ad avvicinarlo. Sapete com’è, quando succede una cosa simile si pensa: dov'è il trucco? Sta raccogliendo le forze per poi partire in quarta? Oppure c’è qualcosa che io non so riguardo al percorso, tipo una salita particolarmente dura che ci aspetta al varco da qui a poco?
Neppure il tempo di formulare compiutamente il pensiero ed ecco che il tracciato in breve si rizza a mò di muro. E’ come una scala, ma per fortuna corta. Sento il fiato sul collo di tutti quelli che ho superato in precedenza. Seguo il nervoso andamento del sentiero lungo il crinale di una collina. Brevi salite, brevi discese. Il corridore mi tallona, così lo lascio passare. Dopodiché non lo mollo. Gli sto dietro pensando che più tempo riuscirò a resistergli, più sarà per me motivo di vanto futuro. In quel momento l’idea di poterlo seminare non mi sfiora neppure.
Eppure lo vedo fermarsi bruscamente toccandosi la caviglia. Una storta? Non c'è il tempo di chiederglielo, perché siamo in pieno declivio e l’inerzia mi porta lontano. La discesa è infida, disseminata di pietre e richiede attenzione. Nel frattempo, ecco un altro runner davanti a me. Si ferma: scarpa slacciata. Lo supero. Mi raggiunge superandomi a sua volta.
A un posto di controllo un addetto, rivolto a lui, esclama  “Trentaseiesimo!”
Grazie ad un impegnativo lavorìo mentale concludo di essere 37esimo.
Sono trascorsi 19 km. Ne mancano ancora undici. Ora la strada finalmente spiana. Si tratta solo di tenere.
Il trentaseiesimo si affianca a un altro runner poco più avanti. Probabilmente amici, o compagni di squadra. Li vedo parlottare.
I lacci del 36esimo fanno di nuovo le bizze, lo costringono a fermarsi di nuovo.
Così, prendo il suo posto come 36esimo, e poi divengo 35esimo, dopo aver superato anche l’altro, in difficoltà.
Ora sono solo, e all’ultimo ristoro, quello dei 20 km, posto sulle rive del lago di Viverone, mi fermo per un istante a buttar giù un po’ di sali. Riparto prima che la sosta mi costi cara.
Mi piacerebbe recuperare altre posizioni ma i due che scorgo a 500 metri hanno un ritmo analogo al mio, cosicché il divario rimane pressoché costante.
Si giunge ad Azeglio, e con mio sommo sconcerto, tornati su asfalto, si riprende a salire, fin su al castello. Non è neppure un chilometro, ma la pendenza è severa. Si entra nel parco, e per scherzo mi rivolgo ad alcuni spettatori chiedendo se debba fare prima il biglietto.
Ancora nessuna notizia di prossimi inseguitori, ma mi sento come braccato. A una svolta particolarmente angolata, che mi permetterebbe di scorgere un tratto della strada appena dietro, metto una mano a lato dell’occhio sinistro per non vedere. Sarà che nei trail si torna un po’ bambini.
La discesa la faccio ovviamente a tutta, per quanto me lo permettano le gambe affaticate.
Ormai manca poco, devo riuscire a tenere.
Raggiungiamo Albiano, su un tratto di percorso sterrato che è lo stesso della “Correndo tra le vigne “ di un mese fa.
Lì raggiungo un altro concorrente
Occupo il suo posto come 34esimo.
Entriamo nell’abitato e, dall’alto, sono pronto alla picchiata.
Un ragazzo, in compagnia di un bambino festante, posto sulla discesa, m’incita urlandomi “Bravo, sei ventiduesimo!”
Quel “ventiduesimo”  mi mette le ali ai piedi, visto che per gran parte della gara avevo creduto di occupare posizioni più arretrate. Sono quasi alla fine, sento già la voce dello speaker.
Brusca curva a destra, e poi giù per un prato.
Il prato diventa un campo coltivato.
No, non può essere.
Ma è.
Ho sbagliato strada.
E appena realizzo le gambe mi si afflosciano.
Che beffa.
Faccio dietrofront, il più velocemente possibile, con arti improvvisamente di piombo. Con l’occhio della mente vedo sfilare un esercito di concorrenti, e con il cuore in gola torno indietro fino al bivio che mi aveva tratto in inganno. Imbocco la strada giusta. Maledetta!
Davanti a me, a duecento metri, l’ultimo runner superato, il 34.
Arranco verso di lui, nel cuore la speranza che nessun altro lo abbia superato nel frattempo.
La discesa me lo fa raggiungere. Lo supero di nuovo.
No, nessun altro se non lui.
 Ultimi 500 metri.
Ecco il traguardo.
Ventiduesimo su una novantina di partenti, ma quel che mi rallegra di più è il settimo posto di categoria.
Un tiepido raggio di sole si fa strada, non so come, tra le nuvole.
Una gran giornata.
Rock’n’roll.